Dedans Bar – colazione a Milano

La semantica, leggo su wikipedia, è quella parte della linguistica che studia il significato delle parole. La pragmatica invece osserva come e per quali scopi la lingua viene utilizzata.
Dedans in francese significa “dentro” o “all’interno”. Dati i 5 secondi che ci sono voluti per attirarci proprio all’interno di questo delizioso locale a Milano (Dedans bar appunto), direi che alla scelta del nome diamo 10 sia in semantica che in pragmatica.

Ciò che ci attrae ad entrare subito sono i colori neutri del grigio e del bianco delle pareti e dell’arredamento. Nessuno ha voglia di colori sgargianti il sabato mattina. Toni chiari e riposanti fanno molto più al caso nostro.
Con gli occhi già agganciati alle alzatine con torte e croissant, passiamo oltre il primo ambiente e ci dirigiamo nel giardino sul retro. Una piccola Neverland. Terrazza di legno verandata, circondata da piante di gelsomino ed arredata con tavolini di ferro bianco. Rose fresche sui tavoli.

Ordiniamo due caffè e dei pancakes con sciroppo d’acero. Arrivano due piatti ordinati, con una torretta di 3 pancakes irrorati dallo sciroppo scuro e denso. Dopo una mezza amara considerazione sul fatto che, senza dubbio, io mangi quantità di cibo ben al di sopra della media umana (3 pancakes mi sono sembrati pochi…), puliamo il piatto e sorseggiamo il caffè (Illy, buono).

Ah la pace! Decido fermamente che ogni sabato farò colazione qui. Rimaniamo ancora un po’ a rilassarci nel giardino fiorito, quanto basta per sentire che esiste un menù pranzo ed un menù panini. Ottima scusa per tornare.

Prezzi: 2 caffè e 2 porzioni di pancakes €7.

Dedans Bar
piazza Wagner 3
Milano
+39 02 481 2556
https://www.facebook.com/pages/Dedans-bar/255507944481002

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L’Osteria il Cappello (ma non sapremo mai perchè) – Trento

L’Osteria al Cappello non si vede dalla strada principale. Si nasconde all’angolo di piazzetta Lunelli all’ombra della Parrocchia di SS Pietro e Paolo, in centro a Trento. La si individua in due casi soltanto: o la si cerca, o si nota l’apposita ‘lavagna segnaletica’ all’angolo della chiesa.

Ai vetri contornati di bianco della porta di ingresso ci riceve il proprietario – il signor Ambrosi – la porta è ancora chiusa a chiave, ‘Scusate, ci siamo dimenticati di aprire’, ci dice con un parco sorriso.
L’accoglienza non prevede grandi fronzoli e complimenti, i nostri cappotti vengono appesi all’ingresso su una rella appendiabiti completamente vuota.
Veniamo diretti al nostro tavolo velocemente, su per una scala di legno e ferro, fino ad un soppalco di legno dove albergano quattro tavoli quadrati con sedie di ferro scuro.

Una volta seduta mi guardo attorno. Il soppalco ricorda una piccola sala lettura di una baita in montagna. Legno chiaro e luci calde. Molti libri sulle mensole. Qualche soprammobile antico qua e là. Accogliente e intimo. Mi trovo a pensare che sarebbe bello spenderci del tempo, in una stanza così.
Guardo poi di sotto. L’immagine cambia radicalmente. Le luci che entrano dalle grandi finestre sono brillanti e tendono al bianco; il pavimento è una scacchiera di piastrelle di marmo bianco e terra bruciata; i tavoli bianchi ed i mobili di legno risultano particolarmente luminosi. Non c’è più traccia del calore del soppalco. Forse a causa del contrasto, trovo che l’ambiente al piano terra (su cui si affaccia la cucina), sia quasi asettico. Elegante di certo, ma svuotato di una sua presunta originaria personalità.
Unico elemento di giunzione tra i piani sono i grandi manifesti appesi alle pareti. Il tema è ovviamente il Cappello. Sono belli e richiamano alla mente i poster pubblicitari degli anni ’50.
Nel momento in cui noto la musica jazz di sottofondo, mi ripropongo di chiedere al proprietario il significato del tema dell’Osteria.

Scegliamo di attenerci al gusto tradizionale e, dal menu di circa 20 portate, ignoriamo i piatti a base di pesce (anche se, sbriciando gli sguardi soddisfatti degli altri commensali, intuiamo che le seppioline devono essere state buone).

Ci smangiucchiamo il cestino del pane (buona la puccia tirolese morbida) irrorandolo con due calici di Lagrein Dunkel del 2010 (Muri, Gries). Il vino è fresco ma molto profumato; il sentore di chiodi di garofano fa pensare ad un vin brulè.

Iniziamo con una Tartare di filetto di manzo su crostini di pane.
Il piatto è presentato su disegno classico: tartare ‘figlia di stampino’ di forma perfettamente tonda, quattro crostini a mo’ di petali bagnati da un filo d’olio d’oliva.
Iniziamo a mangiarla ignorando i decori verde e arancione brillante a bordo piatto. La tartare si spalma come una crema, la vinagrette che condisce la carne la rende saporita ma non ne copre il sapore di base.
Con poca curiosità, ma per dovere di completezza, assaggiamo con la forchetta la salsetta verde di decorazione. Illuminazione. E’ una salsa di prezzemolo. Quella arancione è invece tabasco. Il ‘banale’ decoro si rivela essere parte integrante del piatto. Insaporire la tartare con i ritrovati condimenti la rende completa e davvero deliziosa.
La porzione è abbondante e, come antipasto, potrebbe bastare per due persone (fatta eccezione per i crostini, che sono e rimangono quattro di numero).

Complice l’ora di pranzo e la previsione di un pomeriggio gastronomicamente intenso ci fa propendere per completare il pranzo con due primi soltanto.

Risulta impossibile non ordinare i Piccoli canederli di formaggi tentini su crema di verza con speck croccante. Ancora prima del piatto stesso, arriva il profumo definito e pungente dei formaggi trentini, buonissimo.
Assaggio le componenti del piatto separatamente prima di sentirne il sapore combinato. La consistenza dei canederli è resa più morbida dai formaggi filanti all’interno, che prevalgono anche sul gusto. La crema di verza, beh…sa di verza frullata. Le striscioline di speck sono piuttosto salate.
L’unione delle tre componenti da origine ad un sapore più armonico: il salato dello speck ravviva il gusto della crema di verza, la quale aiuta nell’ammorbidire la pasta asciutta dei canederli.
Voto finale: dal 6 al 7 – più che altro a causa del fatto che con un nome così, questo piatto crea delle aspettative piuttosto esigenti, ed in fondo in fondo le delude un po’.

Le pappardelle fatte in casa con ragout di capriolo sono cotte a puntino. La pasta è di un giallo vivo, condita bene da un ragout con spiccate note di ginepro e salvia. Si mangiano volentieri con abbonanti forchettate. Chiari sapori di montagna (ed ecco che ritrovo lo spirito caldo ed accogliente del soppalco).

Per avere il caffè aspettiamo buoni 20 minuti – dopo i quali decretiamo che la velocità del servizio non è ciò che ha reso famosa l’Osteria.

Arriva il momento in cui decidiamo di dirigerci all’uscita. Ci auto-recuperiamo i cappotti dalla rella ora strapiena. Aspettiamo al banco di legno qualcuno che ci faccia due conti.
Arriva il prorietario, con lo stesso parco sorriso di due ore prima. Ci chiede senza accenno di ilarità, ‘Cosè che volete?’ e spero sinceramente che il modo di scherzare del luogo sia semplicemente diverso dal mio.
Nei 30 secondi in cui telematicamente la moneta passa da cassa Cookagna a cassa Il Cappello, mi ricordo di chiedere il significato del tema dell’Osteria.
Beh, forse sarà stata domenica (e di domenica siamo tutti più stanchi) o forse sarà stato il mio accento poco trentino (a chi non è concesso di avere simpatie?), ma la risposta ‘La locanda precedente si chiamava così. Punto.’ mi lascia a bocca asciutta peggio di un piatto da portata vuoto.

Un’ultima foto alle gradevoli decorazioni dell’Osteria (su quelle niente da dire) e ce ne andiamo, senza tanto voltarci indietro.
Mangiato in modo gradevole con una spesa decorosa, ma forse ripensando al servizio la prossima volta non presteremo tanta attenzione alla ‘lavagna segnaletica’ e semplicemente passeremo oltre.

Prezzi: primi/antipasti €10-11, secondi €15-22. Paghiamo €47 in due, con due calici di vino e l’acqua.

Osteria il Cappello
Piazzetta Bruno Lunelli 5
Trento
+39 0461 235850

L’Ansitz Pillhof sulla strada del vino – Bolzano

Frangarto. Ricordatevi bene questo nome. E’ l’unica informazione che vi servirà per raggiungere l’Ansitz Pillhof. Non fatevi portare a spasso su e giù per via Bolzano (molteplici volte) dai vostri tecnologici navigatori. Cercate il crocevia per Frangarto e sarete arrivati (che poi mica era così difficile interpretare la mappa dal sito…). L’aver speso tempo nella ricerca del Ansitz perduto vi sembrerà solo tempo rubato. Rubato al piacere che si prova nell’arrivare a questa deliziosa vinothek.

Un’accogliente corte intonacata di bianco ed illuminata ad arte apre le porte alla tenuta Pillhof. La piacevolezza di quest’accoglienza vi farà guardare rapidamente i divani bianchi in esterna forniti di caldi plaid rossi, e vi guiderà senza indugio a voler entrare negli interni di questa tenuta.

Frau Oberhofer accoglie gli ospiti, lasciando momentaneamente il bancone di legno dove propone e serve con destrezza e competenza una vasta selezione di vini. E’ piacevole vedere da subito che il suo stile di gentilezza e rigore è trasmesso anche allo staff di sala: camerieri accorti, eleganti in una divisa sobria e professionale.

L’atmosfera è calda e gioviale; una punta di modernità sottile negli arredi e corredi controbilancia la solida impronta altoatesina di mura spesse e legno scuro della struttura. I tavoli, molti dei quali abbinati ad alti sgabelli, sono inseriti in nicchie accoglienti e confortevoli. Gradevole la musica lounge internazionale di sottofondo. L’illuminazione fornita da applique a muro è soffusa; piccole candele creano l’atmosfera giusta per volere iniziare il percorso gastronomico.

Il menu si compone suppergiù di 15 portate, dall’antipasto al dessert. Piatti con ingredienti della tradizione locale, rivisti in veste maggiormente raffinata.

Per iniziare, giacché siamo in una vinothek, ordiniamo una bottiglia di Blauburgunder del 2009 (cantina Castel Juval). Ancora un po’ fresco ed alcolico, ma dagli spiccati aromi di frutti rossi, amarene e vaniglia.
Con il vino arriva anche una selezione di pane (fatto in casa), tra cui spiccano la classica puccia tirolese croccante ed un pane nero ad alta concentrazione di semi.

Scegliamo di proseguire con una selezione di formaggi (presentata nel menu tra i dolci). Arrivano su un tagliere di ardesia, accompagnati da una mostarda all’arancia.
Ottimi il Nussler (che non conoscevo) ed il Camembert, entrambi ricchi e cremosi.
Già noti i sapori del Sixtus Salix (che ricorda un Asiago stagionato) e del Red Sparken (un Cheddar cheese molto colorito).
Interessante e inusuale il Graukäse: consistenza granulosa e piuttosto untuosa; sapore molto intenso, quasi piccante e che ricorda le erbe medicinali.
Buona selezione per un antipasto, anche se qualche dettaglio in più sui singoli formaggi da parte dei camerieri sarebbe stato utile per apprezzarla ancora di più.

Non manca nessuno degli ingredienti tipici tirolesi nel Risotto dolce con mele, vino rosso e guance di maialino brasato. Eccellente. Dolce al punto giusto ma senza diventare scontato. Viene servito in un bel piatto a forma di goccia (…e un po’ mi viene da piangere quando il risotto è finito).

Cotto alla perfezione, morbido e succoso, il Filetto di vitello con taccole allo speck e purea di patate. La cottura nello speck ravviva le taccole (che in realtà erano fagiolini) e insaporisce le quenelle di purè di patate.

Si conclude con la Variazione di dolce. Quattro assaggi di dessert serviti con un mezzo vezzo di nouvelle cuisine. Non rimango impressionata dai primi tre: tortino di coccolato dal cuore morbido (the usual one…); mini creme brûlèe (onesta) e mousse al cioccolato bianco e frutti di bosco (iper-ariosa, ma a dire la verità non abbastanza saporita).
Mi conquista invece il gelato al vin brulé, di color vinaccia e servito su mele cotte e caramellate, un sapore che rievoca in modo nitido la cannella e i chiodi di garofano.

Si lascia l’Ansitz Pillhof un po’ a malincuore. Un’ultima foto al colorato albero di Natale e Frau Oberhofer che sorridendo ci saluta.

Prezzi: antipasti €9-10, primi €12, secondi €19-22, dessert €6-10.  Paghiamo €85 in due incluso il vino e l’acqua.

Ansitz Pillhof
via Bolzano 48
Frangarto –Appiano sulla strada del vino (BZ)
+39 0471 633 100
http://pillhof.com/home/index.php

La tradizione del Felicin a metà Novembre

Tradizione vuole che verso la metà di Novembre il miglior tavolo del Giardino da Felicin a Monforte d’Alba venga popolato da un gruppo nutrito e variegato di amici, attirati dal saporito cibo piemontese in stagione di tartufi, dai robusti e profumati vini rossi e dai colori caldi delle Langhe d’autunno.

Il tavolo viene preparato in fondo alla sala principale, con tovagliato spesso ma elegante, posateria e porcellane pregiate, circondato dai rossi vinaccia e gialli ocra dei tendaggi e corredato dai bei mobili di legno scuro che fanno tanto “casa di campagna di una volta”.

Non facciamo quasi in tempo ad assaggiare i grissini di farina di polenta ed il pane alle olive che, senza indugi, i camerieri iniziano in modo molto coordinato a servire il saluto della cucina: un piccolo crostino di pane con una sfoglia di burro e una fettina di prosciutto crudo tagliato a mano. Per inziare non ci dispiace ed un fruttato vino bianco inaugura il primo brindisi.

Poi si parte sul serio.

Primo antipasto: Filettini di merluzzo con patate croccanti. Ben azzeccato l’accompagnamento di olive sminuzzate con pinoli e semi di girasole che danno un tocco di “terreno” ad un piatto forse un po’ marittimo per la stagione.

Secondo antipasto: Patè di faraona servito su pane briosche e con marmellata di cipolle. Nocciole a pezzetti e tartufo nero decorano e insaporiscono in modo atipico un piatto tradizionale. Buonissimo, il patè si scioglie in bocca….sarà anche grazie al Nebbiolo arrivato nel frattempo.

Arriva poi una zuppetta di funghi che, in tutta onestà, non capisco. Buona e servita in modo molto aggraziato, ma al di fuori del percorso iniziato e di non-congiungimento con i piatti che l’avrebbero seguita.

Si arriva poi al culmine del menu con i classicissimi tajarin all’uovo, serviti carichi di burro e con abbondantissimo tartufo bianco grattato al momento da mani esperte. I tajarin sono fatti ad arte, cotti al punto giusto da renderli morbidi ma non collosi, la forchettata rimane ariosa e le scaglie di tartufo quasi si sciolgono nel burro che avvolge ad uno ad uno gli spaghettini. Nonostante i tartufi di quest’anno rimangano leggermente sotto tono rispetto all’anno scorso, non c’è dubbio: buono, buono, buono.

E’ un peccato l’aver dovuto dividere la porzione con la dolce metà in modo da poter assaggiare anche i ravioli al tartufo nero. Ravioli piccolini e rigorosamente fatti a mano, con un ripieno neutro ma serviti con generoso tartufo nero. Buoni, ma con il senno di poi mi viene da dire “MAI rinunciare a metà piatto di tajarin”.

I secondi di coniglio in umido e di coda di vitello brasata al Barolo completano il pasto. Carni morbide e sapientemente speziate, servite dai camerieri in pentole di rame. Ottimi i contorni di patate e finocchi al forno. Un Barolo molto corposo ci aiuta nel assaporare meglio le carni.

Ci rendiamo conto che le porzioni di Felicin sono leggermente diminuite rispetto all’anno scorso, quando arriviamo al momento del classico gianduiotto e della piccola pasticceria con ancora un po’ di fame. E forse ne siamo anche contenti. L’aver gridato resa prima del dolce un anno fa ci era sembrato una cosa imperdonabile. Il gianduiotto si configura come un paio di sfoglie di cioccolato alla gianduia ripiene di biscotti, gelato alla crema, caramello ed una colata di cioccolato fondente.

Non c’è nulla che non vada nei dolci, tutti fatti a mano, ma da Felicin di sicuro si sceglie di andare per le portate principali.

Finiamo il pranzo con un gradevole caffè verso le quattro del pomeriggio. La luce del tramonto è arancione e ci fa sentire ancora più soddisfatti.

Poche accortezze (tra cui forse l’educare i già capacissimi camerieri sulla composizione dettagliata dei piatti e la flessibilità nel accettare rapidamente sia cash che carte di credito) renderebbero l’appuntamento da Felicin ancora più impeccabile.

Il conto è pittosto salato, non lo si può negare (c.€90/130 senza/con tartufo bianco a persona incluso il vino).

Ma il cibo sopraffino e l’elegante accoglienza, si sa, sono merce rara quindi noi paghiamo volentieri il premio e pensiamo già a quali meraviglie ci aspetteranno alla prossima visita.

Giardino da Felicin
Via Vallada 18
Monforte d’Alba (Cuneo)
+39 0173 78225
http://www.felicin.it/

Salon du Chocolat di Bologna 2011

Per la prima volta in Italia, dopo Parigi, New York, Tokyo, Beijing, Shanghai, Mosca, Madrid e Cairo…FINALMENTE!!!
Riassunto stringato delle cose che mi sono piaciute di più…

Bonnat Chocolatier (www.bonnat-chocolatier.com) – Voiron, Isère (France)

Cioccolatai francesi da generazioni. A detta di Stéphane Bonnat, la sua trisavola lavorava alla corte di Cortez quando egli importò le prime fave di cacao in Europa poco dopo il 1500. La tradizione continua oggi con la continua ricerca della massima qualità del cacao nella varie piantagioni in America ed Africa.

Io ho voluto provarli tutti (o quasi), attraverso la degustazione dei Grand Crus. Persistenza, corpo e struttura diversa per ognuno. Impossibile decidere quale mi sia piaciuto di più.

 

Chapon Chocolatier (www.chocolat-chapon.com) – 69 rue du Bac, Paris (France)

Patrice Chapon è un cioccolataio francese giovane e senza freni (basta dare un’occhiata alle sue creazioni di abiti di cioccolato). Ha vinto molteplici premi per la sua creatività ed ha lavorato a Buckingham Palace come pasticcere.

I suoi prodotti, oltre ad essere deliziosi, sono presentati in involucri con colori e immagini di una volta. Per me irresistibili.

Le Comptoir de Mathilde (www.lecomptoirdemathilde.com)

Creativa selezione di prodotti per questa epicerie francesissima.

Mi hanno divertito in particolar modo gli Hot Chocolate (blocchi di cacao solido, pronti per essere immersi nel latte caldo e trasformarsi in tazza fumante di cioccolata) e il Chocolat à Casser (tavolette di cioccolata corredate da martello per farle a pezzi!).

Comptoir du Cacao (www.comptoircacao.fr)

Come molte cioccolaterie francesi, questa è ancora interamente family-owned. La loro specialità sono le “flaky pralines”, sfoglie di cioccolato che racchiudono una crema di cacao pralinata al caramello salato o nocciola. Mouth-watering a dire poco.

Cose assaggiate qui e li…

Mousse al caramello con ganache di cioccolato fondente, nocciole e zest di arancia candita

Pannacotta con crumble di biscotti al cacao, crema inglese al cioccolato e amarene